Latest Posts, REALize!

Hiroshima: il Giappone ricorda ancora i suoi hibakusha


Nel 1959 Alain Resnais, influente regista della Nouvelle Vague, imprime sulla pellicola uno dei più grandi drammi della storia. Hiroshima mon amour mette in comunicazione due differenti prospettive: quella individuale, nelle vesti di un’attrice francese alle prese col proprio passato, in un flashback di ricordi che riemergono al contatto con Hiroshima; quella collettiva, impersonata da un architetto giapponese, simbolo di una nazione che tenta fieramente di rialzarsi, ma ancora incapace di rimarginare le ferite più profonde.
Al centro di tutto, il dolore.

Sono passati settant’anni. La mattina del 6 agosto 1945, alle 08:14, il bombardiere statunitense Enola Gay sgancia una bomba atomica chiamata Little Boy sul centro della città di Hiroshima. Il nome potrebbe ricordare quello di un giocattolo. L’effetto, invece, è infernale: l’ordigno esplode a 580 metri di altezza, uccidendo sul colpo 80.000 persone. Nemmeno il tempo di guardare la morte in faccia, come i pompeiani sommersi dalle ire del Vesuvio. Stavolta però è stato l’uomo a farsi vulcano.

La guerra segue logiche anomale, inconcepibili in tempo di pace. C’è un cinismo alla base delle scelte che hanno determinato il bombardamento di Hiroshima, troppo inumano per essere giustificato.poster_04

Il secondo conflitto mondiale volge al termine. Il Giappone è ormai in ginocchio, attaccato su due fronti da Russia e Stati Uniti. Il governo statunitense mette in atto quella che sarà la svolta dell’intera guerra. Bisogna sacrificare un certo numero di persone perché non ne muoiano ancora di più. È Hiroshima il capro espiatorio, e alle sue 200 000 vittime si aggiungono le 80 000 di Nagasaki, colpita tre giorni dopo.

L’intero paese reagisce con sgomento e incredulità. Si decide di continuare la guerra, fino al bombardamento di Nagasaki, che decreta la fine delle ostilità. Un evento che sancisce la sconfitta definitiva del Giappone, privato del suo esercito e tenuto sotto stretta osservazione dagli Stati Uniti.

Il danno materiale è stato enorme. Hiroshima è stata quasi interamente rasa al suolo. Le radiazioni, inoltre, hanno causato numerose morti anche negli anni successivi all’esplosione. E il contraccolpo psicologico, com’era da aspettarsi, ha avuto dimensioni drammatiche.

Un’intera generazione ha subìto il dramma della guerra, culminato nell’esplosione della bomba atomica. Negli scritti di Yukio Mishima, uno tra i più noti esponenti della letteratura nipponica del Novecento, si palesano drammaticamente le angosce e i traumi generati dal conflitto bellico. Lo scrittore, ai tempi ventenne, avvertiva lo spettro della morte che aleggiava su di sé e i suoi coetanei. Ogni giorno era un passo in più verso la morte.

L’esplosione della bomba ha causato uno shock talmente forte da costringere il Giappone a gettare il ricordo nelle profondità del rimosso, come unica possibilità di sopravvivenza. Ma il dolore lascia sempre tracce indelebili, e allora scavare nel passato si rivela necessario. Come nel film di Resnais.

Il Giappone non dimentica le sue vittime. Nella tradizione giapponese c’è una deferenza verso la morte talmente forte, che sopravvivere sembra quasi un affronto. I superstiti vengono tutt’oggi chiamati hibakusha: ovvero, “persona esposta alla bomba”.

Gabriele Scuderi per #mifacciodicultura

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

10 + 4 =