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L’ufficiale giudiziario racconta e si racconta. Intervista a Giuseppe Marotta, autore di “Sfrattati”


Giuseppe Marotta, cinquant’anni, ufficiale giudiziario. E’ lui l’autore di “Sfrattati”, romanzo edito da Corbaccio, vincitore del premio RI.P.DI.CO scrittori della giustizia 2015. E’ lui che del rapporto di amore-odio con il suo mestiere ha fatto la realizzazione di un sogno: la scrittura. Non un semplice excursus esplicativo del mestiere, quello di Marotta. Non solo leggi, articoli e sentenze come potrebbe ingannare il tema giudiziario. “Sfrattati” è più una continua tensione tra sogno e realtà, dovere e sensibilità. Racchiude al suo interno una pars destruens e una construens, un mix magistralmente equilibrato di denuncia e risoluzione. Il romanzo, fatto di storie vere, è un viaggio nelle viscere di un’Italia malata di crisi economica, che tossisce, si accascia, e arranca a fatica. Un viaggio nell’Italia più vera, quella di proprietari sfiduciati e di inquilini avviliti, fatta di disperazione e richieste vane di aiuto. Tra le macerie di un Paese in rovina un uomo che sognava di fare lo scrittore si ritrova imbrigliato tra le maglie della pubblica amministrazione e combatte ogni giorno per conciliare sentenze ed umanità. Oggi Giuseppe Marotta ha già pubblicato ben due romanzi e alla domanda: “è felice?” con una risata di sorpresa risponde di sì.

Aspirazioni, sogni, progetti di una vita valgono il posto fisso? Vale la pena rinunciare ad un po’ di felicità in favore della sicurezza economica?

In via ideale non vale mai la pena, si dovrebbe sempre perseguire i propri sogni, la vita è bella perché è un rischio. L’inganno sta nel pensare di avere sempre tempo e rimandare a domani. E allora ti perdi e alla fine accantoni ogni giorno un po’ di più il tuo sogno. Uno, due, tre… granelli di sabbia lo ricoprono poco alla volta. Ad un certo punto ti svegli chiedendoti dove lo hai sepolto. Non vale mai la pena. Forse scrivere un libro mi è servito a dire “io non l’ho dimenticato”. La forza di poter scrivere è anche dare un po’ di soddisfazione a sé stessi, poter dire di non aver mai abbandonato del tutto. Alla fine ho messo insieme le due cose. Mi sono reso conto che con il mio lavoro avevo delle storie da raccontare e mi sono reso conto anche di avere una passione per scrivere. Sapevo di volerlo fare, poi una parte di me si è separata e alla fine mi sono ritrovato. 

Possiamo dire che ha tr640x360_C_2_video_525178_videoThumbnail[1]ovato un modo di reinventare questo lavoro e quindi, per dirla con le sue parole, un modo per “non prosciugarsi l’anima”?

Sì, è un modo per trovarlo interessante, stimolante questo lavoro. Si rischia di perdere gli stimoli, di inserire il pilota automatico. Circondato da drammi. Se sei un po’ più sensibile vedi tante ingiustizie, vieni fagocitato da questo sistema. Allora cerchi di far emergere la parte bella di te. E credo che la scrittura sia la parte bella di me. Diciamo che grazie al mio sogno di scrivere io posso continuare a fare questo lavoro con uno sguardo diverso.

Molti trovano in lei un confidente, è corretto?

In questi drammi le persone non vengono ascoltate. Potrebbe sembrare poco importante, ma le persone pagano gli psicologi per essere ascoltate. Spesso si raccontano, si aprono, si liberano e magari sentono il passaggio in maniera più lieve. Tu non gli hai risolto il problema e io non potrei scontrarmi con tutti, ne risentirebbe anche la mia salute. Il problema degli sfratti è un problema sociale, non di ordine pubblico. E’ vero che posso chiamare la polizia, ma cerco di utilizzarla il meno possibile. Il trattamento in maniera umana vale tanto: restituisce una certa serenità. E’ uno scambio per far sì che il passaggio avvenga nella maniera meno traumatica possibile. Senza mai perdere di vista l’applicazione della legge.

Immagino che nonostante la preparazione il primo sfratto difficilmente si dimentichi. Ricorda il primo caso che le fu assegnato?

E’ stata proprio una cosa brutta. Sembrava non vera, però lo era. Una figlia e una mamma. La madre aveva perso la casa all’asta, la figlia l’aveva fatta acquistare da una terza persona e quindi era la figlia che sfrattava la mamma. Questa signora aveva anche tentato il suicidio il giorno prima. 

Un dramma nel dramma.

Appunto un dramma nel dramma. A me è sembrato strano ma mi è capitato più volte di ritrovare situazioni familiari: padri contro figli, fratelli contro fratelli, mamme… Non si guarda in faccia nessuno. Quando ci sono di mezzo soldi, interessi, patrimoni viene fuori la parte più brutta dell’essere umano. Quel primo sfratto lì lo ricorderò sempre.

Come racconta nel libro, affronta situazioni di vita disperate ed è spesso circondato da tragedie, come per esempio i casi di suicidio, purtroppo in questi ultimi anni in costante aumento. Non ha mai pensato che questo potesse intaccare la sua serenità?

Certo, ci si pone sempre questo problema. Non si sa che reazioni potrebbe avere la persona che ti trovi davanti. Ma lo sfratto, in particolare, è caratterizzato dalla violenza contro se stessi. Sono più i casi di suicidio che non di ufficiali giudiziari morti ammazzati. E’ ovvio che lo sfratto è la ciliegina sulla torta, nel senso che prima di arrivare allo sfratto è successo qualcosa: la perdita del lavoro, una malattia, una separazione. Ai padri single accade così, perdono il posto di lavoro, in famiglia cominciano i nervosismi e alla fine arriva lo sfratto. E’ l’epilogo di una vita che non sta andando bene. Alcuni resistono e combattono, altri non ce la fanno. Creare un approccio empatico con le persone è l’unica cosa che ti può salvare, ma devi imparare a fare quello che puoi, nei limiti della legalità e della legge. Tanti colleghi hanno deciso di svolgere altri lavori, sempre nel campo della pubblica amministrazione.

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E lei ha mai pensato di lasciarlo davvero questo lavoro?

All’inizio sicuramente. C’è sempre stato il pensiero di fare tutt’altro. C’è sempre stato l’interesse per la scrittura, il giornalismo. L’ambito della comunicazione e della pubblicità mi ha sempre affascinato. Un pensiero c’è sempre stato. Questo infatti, è il mio secondo romanzo. Cambiare lavoro ma restare nella pubblica amministrazione, fare il cancelliere o l’impiegato al catasto, non mi cambiava nulla. Forse inconsciamente già sapevo che questo lavoro mi avrebbe portato a scrivere e a realizzare il mio sogno. Un pensiero vago di cambiare ma non con certezza. Tutte le arti sono un po’ una cosa vaga. Il posto fisso ti mantiene ancorato. Ci vorrebbe forse quel coraggio, quella pazzia in più che a me non è mai arrivata.

Come riporta nel libro, già negli anni ’90 Giorgio Bocca consigliava ai giovani di lasciar perdere il giornalismo, che non era più il mestiere romantico e avventuroso di una volta. Eppure continua ad esercitare un certo fascino e lo ha esercitato anche su di lei. Attraverso il lavoro di ufficiale giudiziario, si è mai sentito un po’ reporter? In fondo esplora situazioni di vita quotidiana, le fotografa e le porta alla luce, non crede?

C’era l’esigenza, in questo periodo di crisi, di raccontare questo pezzo d’Italia. Cosa sta accadendo in concreto. Al di là del fatto che la borsa scende, sale, lo spread… quelle sono informazioni sterili. La vita, la gente, le persone, come si confrontano con la perdita del posto di lavoro: a volte nelle famiglie vengono meno due stipendi quando chiude una fabbrica, perché magari marito e moglie si sono conosciuti proprio lì. Il luogo di lavoro è luogo di aggregazione e anche luogo di innamoramento. E allora mettono su famiglia, credono in quella fabbrica. Poi improvvisamente chiude. Prima lasciano a casa la moglie e poi segue il marito. Questi fatti concreti non si raccontano. Non volevo scrivere un saggio, neanche un’inchiesta. E’ una narrativa, fatta di storie forti. Oggi non si racconta questa emergenza sfratti. Il “piano casa” che è stato ideato da Lupi non serve a nulla, non ha portato risultati. La gente continua a perdere casa, continua ad ammazzarsi. Prevedeva un contributo per un massimo di otto mila euro per chi non possiede un reddito, ma le morosità sono molto più alte di otto mila euro. E’ un’elemosina. E per di più il proprietario dovrebbe accantonare le morosità e rinnovare il contratto, ma solo un folle potrebbe rinnovare il contratto a chi non ha pagato ed è stato sfrattato. 

E gli assistenti sociali?

Io mi confronto molto con loro, e ci dicono che poi questi contributi minimi vengono spesi non per pagare la morosità ma per cose più necessarie come pagare la mensa ai figli, pagare le bollette, perché se una persona non paga l’affitto è perché non può pagare nient’altro. Non c’è un vero “piano casa” perché dovrebbe prevedere l’acquisto di appartamenti da parte delle istituzioni e la loro distribuzione. Il Sole24Ore dice che in Italia ci sono 550mila appartamenti vuoti, invenduti, di cui 150mila nuove costruzioni, cioè abbiamo continuato a costruire nonostante le banche non dessero mutui. Con tutte queste imprese edili che stanno fallendo, tutte queste case potrebbero essere acquistate dal governo, invece di spendere per dare un’elemosina a tutti che alla fine non è utile per nessuno. Potrebbero acquistare 100mila appartamenti e distribuirli. In Italia ci sono circa 80mila sentenze di sfratto all’anno dunque una buona politica della casa dovrebbe fare questo: aumentare le case popolari. In Italia abbiamo il 25% in meno di case popolari rispetto alla media europea.

Sin dai primi capitoli emerge questo suo messaggio di denuncia. Questo è quello che lei farebbe per quel “pachiderma che non si muove” che è il sistema definito nel suo libro?

Certo. Così il sistema non muove un passo. Si è creata una situazione tale per cui la gente sa che se non paghi oggi vieni sfrattato minimo dopo due anni ed entra in gioco una certa furbizia italica. I proprietari alla fine sono sfiduciati, perdono un sacco di soldi, continuano a pagare tasse e spese condominiali. Magari con l’affitto dovrebbero pagare le rate del mutuo, hanno fatto un investimento. E’ un doppio danno. Il problema degli sfratti ingolfa le aule di giustizia perché 80mila sentenza all’anno, ma una sentenza necessita di almeno quattro o cinque udienze, sono 400mila udienze ogni anno solo per gli sfratti. Richiedono giudici, notifiche, un numero astronomico ingolfa un motore che potrebbe essere molto più snello. Risolvere il problema degli sfratti non vuol dire risolvere il problema del solo proprietario, ma risolvere un problema sociale. 

Chi meglio di lei, che con estrema cognizione di causa, analizza il problema dall’interno e propone una soluzione valida.

La soluzione è solo una: mettere a disposizione delle case per chi non ha un reddito. L’agenzia delle entrate può accertare chi non ha un reddito. Ci sono i furbi ma non bisogna generalizzare, c’è anche tanta gente che ha un bisogno reale. Se non aumentano la disponibilità di case, il problema sfratti non si risolverà mai. Molte volte la proroga la concede proprio il proprietario speranzoso. Non ho mai incontrato proprietari spietati, nei confronti di tutti, italiani ed extracomunitari. Il razzismo è più costruito che reale.

Perché un target diverso, i più giovani, dovrebbero leggere “Sfrattati”?

Innanzitutto per andare oltre i luoghi comuni, la televisione e i titoli dei giornali. Per capire l’essenza di questa materia e di questo mestiere. Cosa accade prima dello sfratto e cosa accade realmente. E’ il termometro della crisi economica.

Si sentirebbe di dare un consiglio ai ragazzi di oggi?

Innanzitutto prendere il sogno e non mollarlo mai, stargli col fiato sul collo e puntare molto su sé stessi, non piangersi addosso. Tutto ciò che realizziamo scaturisce solo da noi, dalla nostra forza e dalla nostra preparazione. Ogni cosa fatta bene non va improvvisata. Prima di improvvisare bisogna prepararsi.

Siamo giunti alla fine, un’ultima domanda: è felice?

Ehm, sì. Ho realizzato il sogno. Avevo detto: prima di arrivare ai cinquant’anni voglio pubblicare almeno un romanzo. Ne ho pubblicati due e non ho ancora raggiunto i cinquant’anni e sì, sono felice. Ho dimostrato a me stesso che se voglio qualcosa, posso ottenerla. Posso ritenermi molto soddisfatto.

Grazie alla disponibilità dell’autore per il tempo che cordialmente ha accettato di dedicarmi.

 

Agnese Stracquadanio per #mifacciodicultura

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