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Età adulta e angoscia esistenziale: la fatica di crescere


Non si può negare, crescere costa fatica.

image4Da bambini non vediamo l’ora di diventare grandi, di conquistare la nostra indipendenza. Crescendo ci accorgiamo che l’indipendenza non si conquista con il tempo, perché se è vero che riusciamo ad acquistare quella fisiologica ci rendiamo conto di perdere man mano quella mentale, sovrastati da una serie di etichette, doveri, schemi che ci inibiscono l’esistenza e ci fanno esclamare “voglio tornare bambino”.

Per entrare nell’età adulta non c’è mai stato un discrimine netto nel corso della storia: nell’antico Egitto il ragazzo entrava nella maggiore età il giorno della circoncisione, le donne in seguito al menarca; nel mondo classico il fattore di sviluppo era il diritto-dovere di difendere la patria (giuridicamente raggiunto a 14 anni), per le donne il matrimonio; nell’800 il Grand Tour e le relazioni sociali assumono per l’uomo un importante fattore di sviluppo individuale, per la donna vedersi riconosciuta la capacità di prendersi cura dei figli e del marito diventa la dimostrazione più compiuta della raggiunta maturità; mentre nel ‘900 il discrimine fra giovinezza ed età adulta è dato dal lavoro che permette di emanciparsi dalla famiglia di origine e di provvedere al mantenimento della propria.

Lo storico Steven Mintz nel suo nuovo libro, The Prime of Life (Nel pieno della Vita), traccia un profilo delle circostanze e delle convenzioni di questo complesso periodo dell’esistenza individuale, e ci spiega dove risiedano le radici della concezione negativa della maturità, vissuta oggi più che mai come periodo di strenua lotta per l’affermazione personale.

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Sera sul viale Karl Johan, Edvard Munch

Nel ‘900 il dopoguerra definisce la fase di passaggio dalla giovinezza all’età adulta: nozze, lavoro e figli sono valori borghesi imposti sulla società che danno una direzione convenzionale alle esistenze individuali portando al fiorire di una concezione negativa dell’età adulta. Si rafforza l’idea che tutte le cose belle, l’entusiasmo e i sogni siano da relegarsi al periodo fra i 20 e i 30 anni, opinione corroborata da gran parte della letteratura del secondo Novecento che ha parlato di un’età adulta caratterizzata da matrimoni infelici, rinunce, frustrazioni. Mintz parla anche dell’importanza dell’economia nella ridefinizione della vita degli individui: alla fine della seconda guerra mondiale lo sviluppo economico permette ai giovani di acquisire prima l’indipendenza, mentre a partire dagli anni ’70 il rallentamento economico unito all’importanza attribuita alla formazione universitaria fa sì che i giovani rimangano più legati alla famiglia e ritardino a farsene una propria.

Oggi i fattori esterni che spingevano a “crescere” (ideali aristocratici, religione, valori piccolo borghesi) non esistono più: tutto è stato messo in discussione, l’ingresso nell’età adulta ha assunto una sfumatura di relatività ed è da ricondurre al livello individuale. Il motore della crescita è da ricercarsi in primis nella propria interiorità. Per definire un adulto dobbiamo tenere conto non solo dei fattori sociali e biologici, ma soprattutto di quelli psicologici. L’indipendenza da un certo schema, dalla ritualità dell’età adulta, l’assenza di una mappa definita dei compiti da svolgere per diventare adulti ha ridefinito le nostre priorità, ci ha lasciato un largo margine di azione che ci porta a un surplus di stress.

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Atlante, Guercino

Cosa resta da fare, quindi? Obbedire a una costante, l’unica che vale per tutti i secoli e nella dimensione dell”ovunque”: raffinare la propria capacità di pensiero critico, sofisticare i propri atteggiamenti, “specializzarsi”, acquisire esperienza e consapevolezza. E soprattutto acquisire responsabilità, non più solo nei confronti di se stessi, ma anche verso gli altri.

Oggi si ha paura di crescere, passati i 20 anni ci si sente in corsa verso il massacro. Si fa fatica a lasciarsi tutto alle spalle e a varcare la soglia della maturità per paura di non riuscire ad essere all’altezza. Crescere è diventato un tabù perchè il  mondo odierno offre poche garanzie e molti dubbi. La vita è oggi più che mai per noi giovani moto perpetuo, ricerca continua di un lavoro, di uno spazio, necessità di definire, giorno per giorno, noi stessi.

È triste pensarlo, ma se assumiamo come discrimine l’indipendenza economica, molti ragazzi di oggi non diventeranno mai adulti. Non è questione di essere “bamboccioni”, di non aver voglia di fare, di essere rinunciatari. Portiamo sulle spalle un peso quasi ontologico, fatto delle insicurezze di un’intera società che ha troppo a cui pensare e non riesce a dare ai suoi giovani un supporto autentico.

Siamo un investimento a perdere, siamo la generazione del limbo 2.0: si stanno ridefinendo i valori, sta cambiando la storia e noi ci sentiamo mancare la terra sotto i piedi. E in pochi ci danno una mano.

Viviamo in un mondo di dinosauri e scenari futuristici, e l’oggi dov’è? Il presente ci soffoca.

Temiamo l’utopia più della distopia, veniamo attanagliati dalla disillusione, ma vogliamo conservarci propositivi. Vorremmo adattarci e accogliere il cambiamento con entusiasmo, vorremmo essere fiduciosi ma rimaniamo incartati nello spettro del fallimento. Abbiamo voglia di fare, ma troppe volte vediamo frustrate le nostre ambizioni.

I quasi adulti di oggi saranno gli insoddisfatti quarantenni di domani?

Oggi crescere è sicuramente meno brutale rispetto al passato ma più faticoso, ci siamo guadagnati libertà e indipendenza e nessuno ci dice più cosa dobbiamo fare per crescere, si è perso il copione, si dia il via all’improvvisazione.

L’età adulta ce la dobbiamo conquistare e inventare.  

Il sudore ce la renderà sicuramente più bella.

Silvia Cotta Ramusino per MIfacciodiCultura

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