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Alla ricerca della mente


“According to materialism every fact about every human mind is ultimately  public objective fact”

Così, William Lycan, filosofo statunitense che si occupa principalmente di filosofia del linguaggio, della mente e di epistemologia, esemplifica la posizione materialista circa la concezione della mente umana: lo stato mentale sarebbe qualcosa di oggettivo e pubblico da contrapporre a fatti intrinsecamente prospettici e dunque conoscibili solo esperendoli. La questione può apparire complessa e di scarso interesse, ma se tentiamo di spogliarla da un eccessivo tecnicismo ci renderemo conto di quanto il dibattito sulla percezione della mente sia di fondamentale importanza per molteplici campi del sapere. Oggi alcuni filosofi analitici, assieme a neuroscienziati e psicologi, stanno iniziando a mettere in discussione la credenza materialista, o ancor meglio fisicalista, secondo la quale ad ogni tipo di stato mentale degli uomini corrisponde uno stato neurale specifico.

Ludwig Wittgenstein
Ludwig Wittgenstein

L’asserzione fisicalista, esemplificata nella sua accezione dell’identità di tipo, vorrebbe dire qualcosa di simile a:

la natura del dolore può essere conosciuta senza aver fatto esperienza del dolore: il dolore, infatti, è identico ad uno stato neurale in particolare, e la natura di uno stato neurale può essere conosciuta anche quando il proprio cervello non si è mai trovato in quello stato.

Dunque per un materialista l’uomo può conoscere senza provare ciò che conosce, ma occorre fermarsi un attimo sul sostantivo ‘esperienza usato nella formulazione dell’esempio fisicalista: per mostrare (non dimostrare) la problematicità e l’incertezza in cui naviga la teoria fisicalista della mente; basta infatti proporre una nuova proposizione, questa volte tutta di senso comune, che suona come:

se qualcuno conosce che cosa è l’esperienza ad esempio del sapore di un limone (ovvero ne conosce la natura o l’essenza), allora ha provato (ha esperito) il sapore del limone.

Quest’ultima assunzione ci pare, nonostante la sua semplicità estrema, molto accettabile, almeno per quanto concerne l’esperienza dei soggetti umani (ma del resto si sta parlando di menti umane e non di altro), tuttavia essa, come si annunciava, è in netta contraddizione con il principio fisicalista che pretende di poter conoscere le cose prescindendo dall’esperienza delle stesse da parte del soggetto.

Ultimamente, un giovane filosofo italiano, Alfredo Tomasetta, che si occupa di metafisica e filosofia della mente allo IUSS di Pavia, ha lavorato su queste due assunzioni divergenti tra loro e ha formulato uno stringente argomento logico che mostra come se accettiamo la cosiddetta assunzione “dell’argomento del senso comune” (ovvero che per conoscere A dobbiamo esperire A), dobbiamo necessariamente rifiutare la tesi fisicalista, in quanto quest’ultima implica la falsità della prima (dicevamo, enunciando l’asserzione dei fisicalisti, appunto, che “la natura del dolore può essere conosciuta senza aver fatto esperienza del dolore”). Va specificato che la teoria fisicalista non si limita all’accezione dell’identità di tipo, tuttavia è bene dire che Tomasetta ha analizzato anche altre tra le principali correnti del fisicalismo con i medesimi risultati confutatori.

fisicalismo menteUna questione che fa problema ai filosofi che si occupano di questa relazione tra mente e stati fisici è che la teoria fisicalista è largamente accettata, tanto da rappresentare la corrente mainstream nel dibattito, senza però che nel vasto mare della letteratura critica si trovi qualche convincente prova del fisicalismo. Se filosofi della mente, epistemologi, neuroscienziati e fisici trovano così evidente la corrispondenza tra momento mentale e momento causale fisico, non dovrebbe essere complicato dare evidenza di tutto ciò: invece la questione non è così semplice e necessità di tanto nuovo impegno di ricerca. L’interesse sollevato da questa particolare relazione di stati interessa così tanto in virtù della sua influenza in campi diversi della speculazione: come cambierebbero, ad esempio, i ruoli dell’intenzionalità, dell’eticità, del momento conoscitivo se alla mente venissero attribuiti nuovi “poteri” del tutto avulsi da quelli rappresentati dai meccanismi delle leggi fisiche naturali? Indagare il ruolo della mente umana è un percorso scivoloso perché ci rendiamo conto che lavoriamo su noi stessi, che siamo costretti dentro un circolo di dubbi epistemici ed esistenziali che ci opprimono nel momento stesso in cui li pensiamo. La mente porta con sé il problema dell’uomo e l’uomo il problema della mente: ma capire un ordine da seguire per orientare un’onesta ricerca è arduo, in quanto ci rendiamo conto che anche pensare questo problema mettendone in discussione la scientificità (fisicalità) significa stare nelle categorie della mente che, almeno fino ad oggi, usa la scienza ed i suoi strumenti per muoversi e avanzare critiche.

Quella della mente umana, come tante altre, è  una questione bollente e dominata dal pregiudizio dei saperi sedimentati, occultata da modi di fare abituali, consueti: ma tutto ciò sembra avere davvero poco in comune gli intenti della ricerca. Ma non dobbiamo (e soprattutto non possiamo) demordere perché come ci ricorda Wittgenstein «tutto ciò che la filosofia può fare è distruggere idoli. E questo significa non crearne di nuovi». La prospettiva apparentemente migliore è quella del lavoro, un lavoro onesto, consapevole e, paradossalmente, certo del proprio dubbio.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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