Latest Posts, REALize!

Chi vive ancora a Chernobyl è a rischio


Nei quattro anni che seguirono l’esplosione del reattore 4 di Chernobyl, circa 250.000 persone furono costrette a lasciare le loro abitazioni: 118.400 evacuate, 231.000 trasferite.

Sebbene l’area a 30 km dalla centrale – poi definita Zona di esclusione − fu all’epoca reputata irrimediabilmente inabitabile, per la gran parte la speranza di tornare a casa rimase. Finché i giorni diventarono settimane; le settimane mesi.

La scelta di alcuni superstiti fu allora quella di reinsediarsi, pur contro il volere delle autorità che tempo dopo trovarono rassegnazione dinanzi a gente tanto ostinata a non abbandonare le mura del proprio passato, seppur contaminate.

173a8f99-f14e-4080-901e-82c6e10e39f4Oggi, a distanza di trent’anni, i samosely (auto-insediati) vivono ancora nella Zona. Vagabondi, emarginati e in particolare anziani abitano un territorio ancora ad alto rischio salutistico: le lunghe giornate incorniciate da braccia dedite all’agricoltura, alla caccia – e spesso all’alcol e al fumo – restano inamovibili e nell’incoscienza del pericolo. Dopo aver visto il proprio cielo storpiarsi sotto una nube radioattiva, nulla più si teme: sembrerebbe infatti che molti di loro abbiano più paura della fame che delle radiazioni. Peccato che quello che dovrebbero temere è proprio ciò di cui si nutrono: da quello che ciecamente si persevera a coltivare in un terreno ancora oggi contaminato, all’aria che respirano da decenni, alla carne allevata e cacciata. Radere al suolo attività come l’agricoltura, l’allevamento e la caccia – affermava tempo fa Robert Baker della Texas University – si rivelerebbe solo un toccasana per questa gente.

Totalmente alienati dal resto del mondo, i samosely sembrerebbero convinti – secondo alcune inchieste – di peggiorare ulteriormente i problemi materiali che già si affacciano incolumi alle loro finestre, trasferendosi altrove, o addirittura di perdere i “benefici” previsti dalla legge. Tuttavia, mediante delle apposite verifiche in loco si è rilevato che il diapason delle dosi di radiazioni dei samosely, soprattutto quello interno, non è altro che una diretta conseguenza della loro condotta di vita e della dieta alimentare: la concentrazione di cesio-137 – metallo alcalino tossico − negli animali terrestri e acquatici, nonché nei funghi è di decine di Kbq/Kg, quantità che permettono la formazione di una dose radioattiva interna, che va da alcuni decimi fino a toccare alcune unità all’anno. Secondo la scienza, infatti, l’esposizione al cs-137 può essere  interna o esterna: la prima respirando particelle rilasciate per esempio dalla polvere che si alza dal suolo contaminato, o ingerendo acqua e alimenti infetti; la seconda camminando sul terreno irradiato o venendo a contatto con materiali contaminati nei luoghi dell’incidente nucleare. Il cs-137 non si concentra in alcun tessuto, ma può provocare un’esposizione totalizzante dell’intero organismo, provocando soprattutto tumori di ogni genere.

Ivan Shamyanok
Ivan Shamyanok

Tra i samosely rimasti vi è anche Ivan Shamyanokun novantenne che non ha mai lasciato la sua Tulgovich – interna alla Zona di esclusione – che ancora oggi mangia la frutta e la verdura del giardino di casa.

A tal proposito, la proposta di Robert Baker non è da scartare. Oneroso tuttavia sarebbe per il governo sostenere una spesa che porterebbe all’aumento dei minimi servizi offerti ai villaggi fantasma. O mettere a disposizione acqua corrente, che ancora non vuole affiancarsi all’elettricità – pagata con le pensioni date dallo Stato. Eppure dal 2011 a Chernobyl è stato permesso il turismo: circa 6000 persone l’anno si danno al pubblicizzato tour partendo da Kiev e passando per Prypiat, la città fantasma per eccellenza. Ogni giro può comprendere un massimo di quindici visitatori per un costo di 160 euro a persona. All’incirca, dunque, annualmente l’Ucraina vedrebbe un’entrata di oltre 950.000 euro grazie ai turisti che affluiscono curiosi verso le città del disastro.

Se il reinsediamento impavido di questa gente è stato dunque tollerato, perché non andare oltre i minimi sforzi, sostenendo concretamente il miglioramento dello stile di vita dei samosely?

Graziana Solano per MIfacciodiCultura

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

14 − due =