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Il Gender secondo Grisù, il draghetto sputafuoco che sognava di fare il pompiere


C’era una volta Grisù.

Grisù era un draghetto con il fuoco in gola e nella testa la voglia di diventare un pompiere.

Papà Fumè era contrario a questa inclinazione, e non tollerava l’idea che il figlio potesse contravvenire alla tradizione millenaria dei draghi buttafuoco.

Ma la natura si sa, ha la forza di mille venti, e non la puoi certo fermare. E così, mentre lanciava fiammate dalla bocca, Grisù sentiva dentro di sé il gorgoglìo felice di cascate di acqua dolce in cui si andava ad arrotolare il suo sogno di diventare un giorno un pompiere.

diversità genderErano gli anni ’70. Grisù era solo un cartone animato nazional-popolare, e la parola “gender” era chiusa nei vocabolari di inglese e non ci preoccupava.

Ne è passata di acqua sotto i ponti, direbbe Grisù. E chi lo avrebbe mai detto, diciamo invece noi, che quel cartone animato di tanti anni fa ci avrebbe aiutato oggi a capire che cos’è il gender, e magari a spiegarlo anche ai più piccoli.

Sei un maschio o una femmina? È facile rispondere, perché tutti sappiamo distinguere un drago buttafuoco da un pompiere con un estintore.

Ma “ti senti” un maschio o una femmina? Questa no, è una domanda più complicata.

Bisognerebbe avere in tasca almeno un briciolo della consapevolezza di Grisù, eppure fare i conti con gli stereotipi di papà Fumè, quindi lottare, provare, a volte arrendersi e soffrire (anche molto), per poi arrivare alla fine a pensare − più o meno convintamente − che sì, “Io da grande voglio fare il pompiere!”, e gridarla a voce piena questa cosa qua, e proprio mentre disegni nuvole di fuoco con la bocca e dentro lo stomaco hai il mare in tempesta.

Ti senti un maschio o una femmina? Sarà pure una domanda difficile ma pare che dobbiamo essere pronti a rispondere, e anche subito. Perché il paradiso può attendere ma il gender no, e semmai fossimo un Grisù − un draghetto con il fuoco in gola e nella testa la voglia di diventare un pompiere – dobbiamo saperlo già a 4 anni.

E così, nei comuni di Brighton ed Hove, nel sud dell’Inghilterra, ai genitori che iscrivono i figli alla scuola primaria viene chiesto di indicare il genere a cui i loro pargoli si sentono più vicini rispetto a quello assegnato dalla nascita.

Grisu
Grisù

La pratica è semplice. Bisogna compilare un modulo e mettere nero su bianco questa “sensazione”. È prevista anche l’opzione “non saprei”, come a dire “un po’ draghetto e un po’ pompiere” – in questo caso l’esercizio è addirittura banale: lasciate il campo vuoto e mettetevi in contatto con la scuola che si attiverà prontamente con azioni e programmi specifici per portare alla luce il gender che c’è in vostro figlio, e che magari è solo un po’ pigro e sonnecchia saporitamente dentro di lui aspettando che qualcuno venga a svegliarlo.

È giusto, è sbagliato?

In un articolo sull’Huffington Post si parla di una iniziativa che i due comuni inglesi hanno fortemente voluto per sostenere e promuovere la “libertà di genere” sin dalla prima infanzia.

Intanto l’opinione pubblica si divide su un tema così delicato, e c’è già chi rivendica il ruolo di una scuola che deve preoccuparsi solo di istruire e formare i cittadini di domani senza avere la pretesa di fornire bussole o mappe per arrivare a capire di che genere sei.

Ma l’etichetta del “gender” rende davvero “liberi” i nostri figli? O piuttosto rischiamo di farli prigionieri di una categoria in cui li abbiamo ingabbiati fin da piccolissimi?

Personalmente io vorrei per mio figlio una scuola che aiuti a scoprire i suoi talenti più che il suo “genere”. Perché non è il genere, ma sono i talenti che ci rendono unici – e spesso facciamo fatica a riconoscerli e quindi a coltivarli.

Sogno una scuola dove si insegni a leggere e a scrivere, ma anche a suonare, a dipingere e a cantare le filastrocche a colori di Gianni Rodari. Una scuola che insegni ad amare la diversità, in qualsiasi forma essa possa manifestarsi, negli occhi a mandorla di un bambino down o nei colori sgargianti del sari indossato da una bambina indiana o nella punta dei piedi di un bambino che immagina un giorno di volare sul parquet come Billy Elliot.

genderSogno una scuola che racconti ai piccoli uomini e alle piccole donne di domani la favola di Grisù. Per farci capire quanto è bella la diversità ma anche quanto a volte sia costosa e dolorosa, l’affermazione della diversità – la propria. Come è difficile nascere draghi e sentirsi pompieri.

La vita è un esperimento senza fine.

La pensava così Rita Levi Montalcini, grande donna e scienziata acuta e generosa. E forse anche Grisù, che per questo non ha mai smesso di provare e riprovare, di cadere e di rialzarsi, di combattere contro tutto e contro tutti per poi arrivare alla fine a dire – più o meno convintamente  e con il fuoco in gola e le cascate di acqua dolce nello stomaco… Io da grande voglio fare il pompiere!

Antonella Fumarola per MIfacciodiCultura

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