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È tempo di morire: tra eutanasia e male di vivere, ecco i kit da suicidio


La notizia è che una professoressa inglese, di un paesino vicino a Exeter, in Cornovaglia si è suicidata; la particolarità della cosa, però, sta nel fatto che Avril Henry, 82 anni, che era stata titolare della cattedra di Cultura medievale inglese presso l’Università di Exeter, si è tolta la vita grazie ad un kit per il suicidio acquistato in Rete.

prof henry
Avril Henry

Il fatto, è innegabile, è alquanto interessante, perché si apre una nicchia di business che sembra destinata a non morire mai, visto che la spinta al suicidio è connaturata all’uomo fin dalla notte dei tempi. Però, diciamocelo, togliersi la vita non è poi così semplice, giacché può trattarsi di una operazione lunga, dolorosa e irta di ostacoli e potenziali errori che possono rivelarsi peggiori della morte: un nodo scorsoio fatto male, una dose sbagliata di veleno, una pallottola che malauguratamente rimbalza sulle ossa del cranio ed ecco che vi ritrovate non solo vivi, ma pure portatori di handicap anche gravissimi.

Andando a rifornirvi di un kit a scelta in uno dei numerosi siti nati in materia, in prevalenza americani e statunitensi, dovreste avere una garanzia pressoché assoluta di riuscire a porre fine ai vostri giorni sulla terra in maniera rapida e indolore: si va dal Finale Exit, per 60$ una busta di plastica con apposita chiusura intorno al collo, collegata con dei tubi trasparenti a una tanica di elio e tutte le istruzioni per morire soffocati (1600 kit venduti); passiamo poi al Pentobarbital Melting Point Test, creato da Philip Nitschke, medico titolare della Exit International, una fondazione per l’eutanasia (di cui faceva parte anche la professoressa Henry): una scatola contenente una siringa, una soluzione chimica per identificare il giusto cocktail di farmaci per una morte indolore e exitun porta pastiglie in cui custodire i barbiturici. In Messico si può acquistare l’efficace Nembutal, qualora il pentobarbital risultasse di difficile reperimento.

Trovato il modo, bisogna però trovare anche un motivo (un po’ come per l’acquisto di un tablet, l’oggetto informatico più inutile che ci sia): ma qui davvero si apre un mondo di occasioni e opportunità.

Il suicidio ha origini antichissime e motivazioni infinite, nel corso dei millenni è stato un’alternativa al disonore per bancarottieri e pedofili, nonché per tutte le figure che esistevano grazie ad un’immagine pubblica in via di sgretolamento; nella bellissima Costiera triestina c’è il Salto dove trovavano conforto definitivo gli amanti infelici, e infatti l’amore non corrisposto o ostacolato è addirittura un luogo comune del suicidio, e del Romanticismo nelle sue accezioni; ma l’amena regione in cui vivo ha, assieme alla Valle d’Aosta, il record nazionale dei suicidi, così come la Russia ha quello europeo, il che ci fa capire che esiste anche un disagio ambientale relativo alle aree depresse; Amleto si chiedeva se fosse meglio sopportare gli strali dell’avversa fortuna, mentre Roberto Vecchioni nella Leggenda di Olaf non ha dubbi e fa impiccare il protagonista sotto un sicomoro. All’atto pratico, ci si suicida per protesta: pensiamo a Luigi Tenco, ma anche ai bonzi che da decenni si danno fuoco per protesta contro l’occupazione cinese del Tibet, nonché a chi ha subito un’ingiustizia legale, dal divorzio all’esproprio della casa, alla perdita del lavoro. Si associa il suicidio alla follia ed alla depressione, e si cita Van Gogh, ma in realtà può essere una opzione lucidissima, come chi si gettò dalle Twin Towers per sfuggire alle fiamme.

Vincent van Gogh
Vincent van Gogh

Socrate si suicidò con la cicuta “per inventare l’uomo moderno” (cit.: ma visto il risultato avrebbe fatto meglio a scappare da Atene), e per essere coerente coi suoi insegnamenti e con la sua idea di Stato; plagiata o meno da Kevin Spacey, Laura Linney si suicida per dimostrare l’iniquità della pena di morte in The life of David Gale; un episodio di Criminal Minds prima serie, Cavalcando il fulmine, mostra, nel più bel telefilm che io abbia mai visto, la morte volontaria di una madre per permettere al figlio di avere una vita migliore.

Non è detto che suicidio ed eutanasia coincidano, a meno che non si voglia considerare (e invero lo facciamo) malattia terminale anche il male di vivere, che alcuni incontrano ma molti non riconoscono: è singolare l’intervento della religione (nel senso più ampio), che da un lato ammette il genocidio e dall’altro nega l’eutanasia (pensiamo a Piergiorgio Welby) – ma va detto che molte sette ammettono il suicidio di massa come momento più alto del loro credo.

Non ce la fanno / i belli muoiono tra le fiamme: / sonniferi, veleno per i topi, corda, /qualunque cosa / si strappano le braccia, / si buttano dalla finestra, / si cavano gli occhi dalle orbite, respingono l’amore / respingono l’odio /respingono, respingono. / non ce la fanno / i belli non resistono (…) / i belli si trovano all’angolo di una stanza / accartocciati tra ragni e siringhe, nel silenzio, / e non sapremo mai perché se ne sono andati, / erano tanto belli. / non ce la fanno / i belli muoiono giovani / e lasciano i brutti alla loro brutta vita. / amabili e vivaci: vita e suicidio e morte / mentre i vecchi giocano a dama sotto il sole / nel parco.

vecchioni
Roberto Vecchioni

Con Reading Bukowski, assioma del male di vivere che potrebbe essere iscritta sulla porta di un ideale mausoleo del Mal di Vivere, sezione club dei 27, nella versione di Ligabue, apriamo una giocoforza breve rassegna del pensiero alto sul suicidio:

Il pensiero del suicidio è un energico mezzo di conforto: con esso si arriva a capo di molte cattive notti. (Friedrich Nietzsche) – Senza la possibilità del suicidio, avrei potuto uccidermi molto tempo fa. (E. Cioran) – Il suicidio! La natura ha avuto un moto di pietà: non ci ha imprigionati. (Guy de Maupassant) – Il suicidio è l’estremo tentativo di migliorare la propria vita. (Michelangelo) – L’istinto di autoconservazione è a volte la molla del suicidio. (Stanislaw Jerzy Lec) – Quando ci si rende conto che la propria vita non vale niente o ci si suicida o si viaggia. (Edward Dahlberg) – Coloro che decidono per il suicidio sono uomini che hanno perduto la loro immagine, che hanno incontrato uno specchio in frantumi, che non possono più riconoscersi in nulla. (Massimo Recalcati).

Quest’ultima citazione ricorda assai da vicino i verso della bellissima Tommy, ancora di Vecchioni: «Tommy non aveva niente da sognare, aveva già passato tutto il suo avvenire. Poi non si vide più, non c’era niente…». L’alternativa sta, in realtà, nelle parole di David Foster Wallace, che peraltro si è suicidato: «La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme (:::) quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme».

depressioneArthur Schopenhauer sul suicidio scrisse: «Che cosa ci si può aspettare da un mondo in cui quasi tutti vivono solo perché non hanno il coraggio di suicidarsi?».

E pensare che non aveva, purtroppo per lui, nemmeno visto Blade Runner, dove il poliziotto Gaff sibila a Deckard: «Peccato però che lei non vivrà! Sempre che questo sia vivere…».

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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