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Benedetta Barzini e il coraggio di dire la verità


Non riusciamo mai ad aprire le ali e a volare. Siamo come rattrappiti dentro gli obblighi, dentro la fatica di trovare il coraggio.

Sono dure le parole di Benedetta Barzini. Sono pungenti, crude, arrivano dritte al cuore come la lama di un coltello.barzini1 E’ davvero difficile non ritrovarsi almeno un po’ in quel senso di inadeguatezza, di costrizione, che opprime e offusca. Sembra quasi impossibile credere che simili parole arrivino da una donna che ha raggiunto il successo prima come modella, poi come giornalista e docente, affermandosi nel proprio campo e dimostrando forza e coraggio, nonostante lei stessa affermi di non averne affatto. Eppure ce ne vuole tanto di coraggio per ammettere di essere (o essere stati) intrappolati in una gabbia che, molto spesso, ci costruiamo da soli. Ancora più coraggio ci vuole per distruggerla, quella gabbia, e cominciare ad utilizzare le ali di cui parla la Barzini.

Il viso solcato dalle rughe, la voce resa roca dal fumo e lo sguardo intenso anche se sfuggente, ci raccontano di una donna che, a dispetto del nome che porta, nel corso della vita ha sofferto molto. Così si presenta la protagonista del video per la rubrica di Repubblica, Cosa pensano le ragazze, ideata e curata da Concita de Gregorio.

Benedetta Barzini nasce nel 1943 a Porto Santo Stefano, Toscana, in una famiglia di personalità forti ma fredde, distanti, assenti, incapaci di darle amore e sostegno. Vengo dal nulla, afferma nel video, e forse anche io ho creato un po’ di nulla. Dopo essere stata notata quasi per caso, si afferma nel mondo della moda ed è la sua grande fortuna, perché le consente di allontanarsi da casa, ma anche una maledizione (di nuovo l’ironia del nome) perché anche in quel barzini3mondo non riesce a sentirsi davvero parte di qualcosa. Non si sente bella Benedetta, non rivede se stessa in quelle foto, percepisce solo la costruita bellezza di una figura irreale, artificiale. Paragona il mondo della moda al mercato delle schiave di Samarcanda perché allora, come ora, è il mondo della mercificazione della bellezza e della donna. Una dimensione in cui tutto ruota intorno alla donna e al suo aspetto femminile, eppure, per farne parte, la donna deve indossare la giacca. Il corpo delle modelle è in vendita, mentre l’anima, lo spirito, viene nascosto sotto spessi strati di trucco perfetto e sguardi languidi da copertina. Forse è proprio per liberarsi da questa sensazione di inadeguatezza ed esclusione, che Benedetta cade nella spirale dell’anoressia.

Per molte ragazze l’anoressia è una richiesta di aiuto, significa mettere in mostra un disagio interiore, nel tentativo vano di liberarsi da quelle catene. Come se, pesando di meno, pesando pochissimo, quelle deboli ali che possediamo possano finalmente trovare la forza di sollevarci da terra e portarci via, altrove e lontano. Innanzitutto, dalla famiglia che non ci accetta e ci vorrebbe diverse, migliori, poi lontano dagli obblighi della società che ci ostacola nel raggiungimento dei nostri sogni. Ma non è una questione di peso corporeo: la gabbia ce l’abbiamo dentro, nell’anima, e questo Benedetta lo ha capito perché alla fine dall’anoressia è guarita, ma sente ancora il peso della costrizione. Si sente come quel piccolo sasso che porterebbe con sé, ricco di piccole venature che lo imprigionano donandogli anche una rara bellezza. E il suo corpo, maltrattato e disprezzato, alla fine si riprende, perché è un corpo forte, sano. E’ un corpo bello.

Benedetta Barzini non è solo se stessa, è anche Sara, Lucia, Maria, Anna, è, dopotutto, una donna comune, che habarzini4 avuto la fortuna di poter esprimere a parole quelle sensazioni che molte di noi proviamo. Alla fine, lei ha deciso di rifiutare le regole di quel mondo sporco, e, di conseguenza, quel mondo che fino a poco prima l’aveva acclamata, all’improvviso non l’ha più voluta. Eppure quella porzione di vita le ha dato tanto: fama, esperienza, nonché l’amicizia di personaggi del calibro di Salvador Dalì ed Andy Warhol.

Parla anche di felicità, nel suo video, afferma di non essere felice, forse perché la felicità non esiste. Non esiste per chi, come lei, si trova sempre troppo impegnata a guardare ciò che sta intorno. Perché la felicità è fatta di tanti piccoli attimi che si perdono nell’interezza della vita umana. Eppure è in quegli attimi che ci si conosce, che ci si sente libere di essere interamente noi stesse. E’ il pizzicore della barba del proprio compagno che, al termine di una giornata difficile, ci stringe forte, sciogliendo la rete che ci avvolge con le sue braccia forti, è il messaggio della mamma che ci manda un augurio prima di un esame difficile, il pomeriggio di shopping con le amiche o semplicemente osservare il cielo coperto di stelle in una sera d’estate. E’ scoprire quali sono i nostri obiettivi e lottare per raggiungerli, e capire che solo noi possiamo trovare la forza di far vibrare le nostre ali.

Benedetta si sposa, diventa madre, una madre migliore di quella che ha avuto e adesso non si pente di ciò che è stato o delle scelte che ha fatto. Forse sarei potuta essere un po’ più concreta, cogliere qualche occasione in più, afferma con una punta di rammarico, ma dopotutto, essere più concreti, avrebbe voluto dire scendere a patti col mondo. Ma no, alla fine va bene così, va bene così, conclude ironica e malinconica. E lo sguardo ogni tanto si perde nel vuoto, fermo a fissare chissà cosa, chissà dove, come a voler inseguire un pensiero, un’idea, una forma indistinta.

Benedetta, con poche parole e in pochi minuti, ha dato voce a molte donne, alle loro paure, insicurezze, debolezze. Ma anche alla loro forza, risolutezza, al loro coraggio e soprattutto alla loro determinazione.

Veronica Morgagni per MIfacciodiCultura

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