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Il grido di aiuto del Sud Sudan al mondo


E’ una delle guerre che più passa sotto silenzio in occidente, quella del Sud Sudan. Lo stato più giovane al mondo è divorato da confitti da anni, ma adesso che la tregua tra le parti si è rotta la situazione diventa sempre più grave, facendo pensare ad un secondo Rwanda. Perché la guerra, che vede fronteggiarsi il presidente Salva Kiir da una parte e il vicepresidente Riek Machar dall’altra, è si per il potere ( ome tutte le guerre, d’altronde), ma è anche tribale: la maggioranza Dinka del presidente contro la minoritaria Nuer di Machar.

Schermata 2016-07-15 alle 10.01.20Capire a fondo non solo le ragioni, ma anche lo svolgimento e le meccaniche interne del conflitto è praticamente impossibile: troppo complicate, troppo insite nella stessa natura del paese e della regione, quella parte di Africa sub sahariana sempre dilaniata da guerre. È infatti circondato da paesi in guerra, dalla Repubblica Centrafricana, in cui scontri tra cristiani e musulmani rischiano di innescare una guerra civile, alla Repubblica Democratica del Congo, il cui governo lotta contro le forze ribelli del movimento M23, e allo stesso Sudan, in lotta con i ribelli della regione del Darfur.

Un’unica, grande polveriera, ignorata da noi occidentali.

Certo è che il Sud Sudan ha passato i suoi primi anni di vita in una costante e distruttiva guerra civile. Dopo aver ottenuto l’Indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011, immediatamente le debolezze del nuovo stato sono venute alla luce: infatti la guerra civile, scatenata dalle tensioni tra le due maggiori etnie del paese, Dinka e Nuer, e ben esemplificata da quelle tra i due uomini più potenti, il presidente Kiir e il vicepresidente Machar, è scoppiata nel dicembre del 2013: trenta mesi di conflitto e decine di migliaia di morti il risultato.

Nell’agosto del 2015 la svolta, una tregua obbligata ed imposta dalla Comunità internazionale ha dato fiato al paese. Si è formato un governo di transizione, e Machar ha riottenuto la carica di vicepresidente – toltagli nel 2013, prima delle scoppio della guerra – lo scorso aprile.

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Il presidente Kiir, a sinistra, e il vicepresidente Machar, a destra

Adesso, dopo nemmeno un anno di pace, di nuovo l’incubo: le tensioni sono scoppiate all’improvviso l’8 luglio, con uno scontro tra le guardie del corpo di Kiir e Machar davanti al parlamento: è stata la scintilla che ha fatto divampare un incendio. Nel fine settimana in cui si sarebbe dovuto celebrare il quinto anniversario dell’Indipendenza le tensioni sono diventati veri e propri scontri a fuoco tra i due schieramenti, con la capitale Juba come campo di battaglia: nei primi tre giorni si contano almeno 300 morti, ma il numero è molto incerto a causa delle pochissime notizie, e molto probabilmente più alto; 42 mila nuovi sfollati  e due caschi blu dell’ONU, cinesi, rimasti vittime.

L’11 luglio, lunedì sera, i due leader hanno dichiarato una tregua, che per ora sembra reggere: con un coprifuoco serrato, martedì e mercoledì gli unici cui è stato permesso muoversi sono stati gli stranieri, fatti rientrare nei loro paesi attraverso voli militari. Una trentina gli italiani fatti rientrare con un volo dell’Areonautica militare nella giornata di mercoledì 13 luglio.

Se è il governo, che dovrebbe proteggere i suoi cittadini e i loro diritti e garantirne l’incolumità, a fare violenza e portare morte, in una guerra fratricida che sta uccidendo un paese e le sue speranze di ripresa, chi resta?

Chi protegge i cittadini? La Comunità Internazionale, che dal 2013 ignora i conflitti continui di questo paese, con lo sguardo concentrato su Medio Oriente e Nord Africa? No, chi resta, come molto spesso accade, sono i missionari e le varie organizzazioni non governative, l’ultima speranza degli ultimi. La comunità Salesiana della capitale offre asilo a migliaia di persone, che spesso affrontano veri e propri esodi per mettersi in salvo dalle violenze che imperversano nel paese.

Questa tregua durerà? Le speranze sono molto poche, ma come al solito saranno le ultime a morire.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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