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Palmiro Togliatti: il “Migliore”


Palmiro Togliatti moriva a Jalta il 21 agosto del 1964. E’ stata figura fondamentale del Novecento italiano. A causa del lavoro del padre, contabile nell’amministrazione dei Convitti nazionali del Regno, la sua famiglia girovagò per la penisola. A Torino si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza e lì conobbe Antonio Gramsci, studente di lettere nello stesso ateneo.

La rigida educazione cattolica che ricevette in famiglia – il suo nome Palmiro gli venne dato perché nacque il giorno della domenica delle Palme – non costituì per lui mai una preoccupazione: «Per abitudine si andava a messa tutte le domeniche, ma non sentii mai il problema religioso con troppa intensità». Infatti si avvicinò quasi subito, da ragazzo, alle problematiche del movimento operaio. Nel 1914 infatti si iscrisse al Partito Socialista Italiano e al contrario dei suoi compagni di partito si schierò subito dalla parte degli interventisti nella questione della Prima guerra mondiale, che per lui costituiva un completamento del processo risorgimentale. Pur riformato per la forte miopia, nel 1915 si arruolò volontario nella Croce Rossa per cui prestò servizio al fronte. Nel frattempo, le necessità belliche indussero i Comandi militari a rivedere i criteri di arruolamento, così che nel 1916 Togliatti fu dichiarato “abile e arruolato“. Conclusa la guerra, in Italia arrivarono le notizie della felice riuscita della rivoluzione russa e dell’avvento del comunismo.

togliattiGramsciTasca, Terracini e Togliatti fondarono il settimanale L’Ordine Nuovo, vicino alle posizioni di Lenin, il cui primo numero uscì l’1 maggio 1919. Favorevoli ai ventuno punti deliberati nel II Congresso della III Internazionale, in disaccordo con i socialisti italiani, Togliatti insieme a Gramsci, Bordiga e Tasca lasciarono il PSI durante il XVII Congresso di Livorno del 1921 e fondarono il Partito Comunista. Con l’avvento del regime fascista tutti i partiti di opposizione compreso quello Comunista ebbero vita durissima, le stampe comuniste cominciarono ad essere bersagliate da sequestri. Le sedi dei partiti dei giornali venivano ripetutamente prese d’assalto.

Con la morte di Matteotti e l’avvento delle leggi fascistissime per gli oppositori del fascismo le uniche vie percorribili rimanevano la clandestinità o l’esilio. Togliatti nel 1926 partì per Mosca con la sua famiglia per partecipare al VI Congresso dell’Internazionale essendo stato nominato capo della delegazione italiana del Partito Comunista. Riuscì a tornare in Italia, con lo pseudonimo di Ercoli, solo diciotto anni dopo, nel 1944, avvenuto lo sbarco alleato in Italia e firmato l’armistizio di Cassibile.

Togliatti ormai leader indiscusso del PCI diede impulso, nell’aprile del 1944, alla cosiddetta ‘svolta di Salerno‘. Tutti gli oppositori italiani del nazifascismo, cioè i partiti antifascisti, la Monarchia e Badoglio, fino a quel momento non erano riusciti ad arrivare ad un compromesso perché divisi da ideali politici. Togliatti convinse, sembra con il totale appoggio di Stalin, tutte le parti in gioco a formare un governo di unità nazionale al quale partecipassero i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti nel Comitato di Liberazione Nazionale, accantonando quindi temporaneamente la questione della deposizione della Monarchia.

Nei vari governi succedutisi dopo la liberazione di Roma ricoprì a più riprese la carica di Ministro. Proprio da Ministro di Grazia e Giustizia firmò il suo provvedimento più importante e che consentì al nostro Paese una pacificazione nazionale senza la quale sarebbe stato impossibile fondare una democrazia: l’amnistia per i fascisti italiani. Questa venne promulgata il 22 giugno 1946 e  comprendeva i reati comuni e politici, compresi quelli di collaborazionismo con il nemico e reati annessi, compreso il concorso in omicidio. Togliatti sviluppò il provvedimento in totale accordo con il governo presieduto dal democristiano De Gasperi senza consultare però la direzione e i collaboratori più stretti del suo partito, scelta che in seguito gli verrà contestata più volte, soprattutto nel mondo dell’associazionismo partigiano.

Palmiro Togliatti con il chirurgo Valdoni dopo l'intervento in seguito all'attentato
Palmiro Togliatti con il chirurgo Valdoni dopo l’intervento in seguito all’attentato

Il 14 luglio del 1948 fu vittima di un attentato da cui però uscì vivo: fu colpito da tre colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata mentre usciva da Montecitorio in compagnia di Nilde Iotti. Autore del folle gesto fu Antonio Pallante un giovane esaltato, studente di Giurisprudenza fortemente anticomunista e spaventato dagli effetti che la politica filo-sovietica del “Migliore” (soprannome che gli era stato ironicamente affibbiato dai suoi avversari politici) avrebbe potuto avere sul Paese. L’eco dell’attentato risuonò in tutta la penisola. Il Partito comunista ormai divenuto un partito di massa poteva contare su numerosissimi iscritti e tanti simpatizzanti. Molti di questi si riversarono nelle strade e provocarono violente manifestazioni di protesta. La situazione fortunatamente non degenerò anche grazie alla notizia del riuscito intervento operatorio a cui si sottopose il segretario.

Nel 1956 non condannò l’invasione sovietica dell’Ungheria anzi appoggiò la decisione della condanna a morte di Imre Nagy, il primo ministro ungherese che diede vita all’insurrezione contro il giogo di Mosca. Dopo la morte di Stalin appoggiò con convinzione il nuovo corso  di destalinizzazione voluto da Kruscev, nuovo capo di Stato e del partito sovietico, nonostante il giorno della morte del dittatore sovietico aveva avuto parole di stima nei suoi confronti:

«Giuseppe Stalin è un gigante del pensiero, è un gigante dell’azione. Col suo nome verrà chiamato un secolo intero, il più drammatico forse, certo il più denso di eventi decisivi della storia faticosa e gloriosa del genere umano».

Togliatti morì a Jalta nel 1964 durante una vacanza con la sua compagna. Il 25 agosto 1964, a Roma, si tennero i funerali, con una presenza stimata di un milione di persone.

Sotto la sua guida, il PC divenne il più grande partito comunista occidentale e a lui si deve la nascita della “via italiana al socialismo” che consisteva in una presenza convinta nelle istituzioni rappresentative, abbandonando ogni scorciatoia rivoluzionaria, e al tempo stesso mirava ad accompagnare l’azione istituzionale con l’estensione delle lotte sociali e sindacali:

Noi siamo democratici in quanto siamo non soltanto antifascisti, ma socialisti e comunisti. Tra democrazia e socialismo non c’è contraddizione.

Paolo D’Offizi per MIfacciodiCultura

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