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Essere e dover essere: la legge di Hume


Essere e dover essere. Sono questi i concetti che entrano in gioco all’interno della cosiddetta “legge di Hume”, uno dei (molti) contributi alla storia della filosofia di David Hume. È bene precisare subito che il pensatore non elaborò esplicitamente alcuna “legge” che chiamò poi come sé: il nome le fu attribuito dalla tradizione filosofica successiva sulla base di tesi che il filosofo stesso, tuttavia, aveva sostenuto nel Trattato sulla natura umana (1743).
Trattato sulla natura umana (1743)

Che cosa aveva affermato Hume in quell’opera? Diversamente da come molti autori – suoi contemporanei e non – sembravano ritenere, vi è differenza fra ammettere l’esistenza di un ente e ammettere che quell’ente debba anche necessariamente esistere. Vi è uno scarto insomma fra is (un ente qualsiasi esiste) e ought (un ente qualsiasi deve esistere): tra essere e dover essere non vi è – né può esservi! – una sequenzialità logica, vi è invece un salto, perché is determina gli enti dal punto di vista ontologico (e inerisce ai fatti), mentre ought dal punto di vista etico (e inerisce ai valori). E fra predicazioni ontologiche ed etiche, fra fatti e valori, vi è molta differenza. Un esempio può forse chiarire meglio quanto appena detto. Non si può affermare: “poiché quest’albero esiste (is), l’albero in questione deve anche esistere (ought)”. In termini teoretici, questo giudizio, infatti, è errato secondo Hume, perché contiene due predicati, “esiste” e “deve esistere”, che appartengono a due categorie diverse, rispettivamente ai “fatti” e ai “valori”. Ma, appunto perché questi ultimi sono così diversi, non possono entrare insieme nello stesso giudizio, quasi fossero sequenziali: il pensiero sarebbe fallace, altrimenti.

La cosiddetta legge di Hume non ebbe significativa influenza sul pensiero filosofico della seconda metà del Settecento, dell’Ottocento e della prima metà del Novecento. La filosofia del XIX secolo, anzi, fu in decisa controtendenza rispetto al suddetto principio della riflessione humeana. Ciò in particolare nella speculazione hegeliana.

Hegel
Hegel

E’ la nota massima di Hegel: “Tutto ciò che è reale è razionale; tutto ciò che è razionale è reale”. Certo, con queste parole, il filosofo intendeva dire che la realtà intera fosse razionale perché la sua trama, la sua “essenza” più nascosta,

è la ragione – quella umana. D’altro canto il razionale è reale, appunto, perché lo spirito – che, nella sua forma più alta, si manifesta nella ragione dell’uomo – esiste e sottende all’intera realtà. Ripensando questa massima attraverso i concetti di essere\dover essere e di fatti\valori, si può dire, nel pieno rispetto della filosofia hegeliana: “Tutto ciò che è, deve essere (il reale è razionale); tutto ciò che deve essere, è (il razionale è reale)”. Proprio tutto l’opposto della legge di Hume, aggravato inoltre da una circolarità: Hegel non solo sostiene che il reale è razionale (il fatto è il valore), ma anche che il razionale è reale (il valore è il fatto). Hume non avrebbe mai potuto ammettere questo.

Solo nella seconda metà del Novecento l’eredità di Hume e della sua “legge” verrà riscoperta e ciò contribuirà alla nascita della metaetica analitica – grazie alla riflessione di George Edward Moore. Una riscoperta tardiva, senza dubbio.

Riccardo Coppola per MIfacciodiCultura

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