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Storie di vita e di morte delle combattenti curde


Asia Ramazan Antar è morta. Alla maggioranza di noi questo nome non dirà nulla, ma per migliaia di combattenti lei rappresentava speranza e libertà. Perché Asia – vent’anni, una lunga treccia castana, una tuta militare e il kalashnikov sotto  il braccio – era una combattente curda dello Ypj, ed è stata uccisa dall’Isis in una battaglia a Menbic, città nel nord della Siria e nel territorio controllato dai combattenti del Califfato.

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Asia Ramazan Antar

Lo Ypj, Yekîneyên Parastina Jin, l’Unità di Protezione delle Donne, è un’organizzazione militare istituita nell’aprile del 2012 come brigata femminile dello YPG, l’Unità di Protezione Popolare, ala armata di una coalizione politica curda. È di questa brigata che Asia faceva parte, e con lei altre donne e combattenti, si calcola intorno alle 10mila. Classe 1996 e una bellezza che l’aveva resa famosa come l’Angelina Jolie del Kurdistan,  combatteva nello Ypj da due anni, partecipando a molte e sanguinose battaglie che hanno portato le milizie curde a riconquistare ed avere il controllo del Rojava, una regione settentrionale della Siria a maggioranza curda.

Cosa spinge le ragazze curde ad arruolarsi? Molte cose: oppressione maschile, voglia di riscatto, amore per il proprio paese, voglia di vendetta, voglia di libertà. La stessa voglia di libertà che settant’anni fa vide uomini, donne e ragazzi unirsi nelle brigate partigiane per combattere il nazifascismo. Voglia di libertà che adesso spinge ragazze di diciotto anni ad abbandonare la propria casa – spesso di nascosto, come dice Pareen Sevgeen, che ha assunto il nome di battaglia Beritan, «sapevo che avrebbero tentato di fermarmi e non potevo lasciarglielo fare» – e andare al fronte, in prima linea con gli uomini, perché sono donne e combattono bene quanto loro.

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Donne yazide rapite dai miliziani dell’Isis

Non è una scelta facile, la loro: una volta arruolate devono rinunciare ad avere figli e una famiglia, a sposarsi, ad avere una storia d’amore. Tutto quello che importa è la libertà e la sopravvivenza del loro popolo, i curdi, e per questo loro sono pronte a dare la vita. «Abbiamo scelto di essere soldatesse. I nostri compiti e doveri sono esattamente eguali a quelli dei commilitoni uomini. Facciamo i turni di guardia come loro, andiamo in pattuglia di notte come loro, rischiamo allo stesso modo. Siamo donne combattenti a tutti gli effetti» raccontano, con un’unica differenza: non si lasciano prendere vive, perché sanno cosa succede alle donne prese vive dai miliziani, conoscono la storia delle donne yazide.

Il dramma vissuto dalle donne yazide è forse la pagina più nera della storia del Califfato islamico. Gli yazidi sono una popolazione di origine curda che vive nel nord-ovest dell’Iraq, quelli che più stanno pagando questo conflitto in termine di vite umane, venendo letteralmente massacrati e cancellati dai miliziani. Dall’estate del 2014, quando iniziarono gli attacchi contro di loro, le donne yazide non hanno conosciuto pace: separate a forza dai loro padri, mariti, fratelli – che vengono sistematicamente uccisi -, diventano vere e proprio schiave sessuali dei miliziani. Esattamente, schiave, perché è dall’agosto del 2014 che lo Stato Islamico ha ripristinato l’istituzione della schiavitù sessuale, che tra le altre cose prevede certificati di vendita autorizzati dai loro tribunali, in una mossa che il giornalista del New York Times Rukmini Callimachi ha definito la “teologia dello stupro”.

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Arin Markin, uno dei simboli delle combattenti curde

Questo le donne dello Ypj lo sanno, perché quelle che vengono sistematicamente stuprate, vendute, trattate come oggetti sono le loro sorelle: un popolo che non ha uno stato riconosciuto ma si differenzia in base all’etnia, i confini spaziali e le differenze di religione poco importano: quelle sono le loro sorelle, e hanno intenzione di farla pagare al Califfato per averle toccate, uccise, denigrate. Non lo nascondono, molte si sono arruolate per vendetta, e infatti il numero delle combattenti è aumentato considerevolmente quando queste notizie sono trapelate. Come non nascondono il fatto che non hanno intenzione di finire in mano loro vive, per fare la stessa fine: è la storia di Arin Markin, ragazza simbolo della resistenza di Kobane, che due anni fa a poco più di vent’anni ha deciso di farsi esplodere, portando con sé quanti più miliziani possibile, piuttosto che essere catturata viva. O Ceylan Ozalp, 19 anni, che una volta finiti i proiettili e circondata dai combattenti neri dell’Isis ha preferito uccidersi.

Sono tante e drammatiche le storie di queste ragazze, storie simili di morte, riscatto, sangue e libertà. Ecco, soprattutto libertà: libertà dall’Isis e libertà per il proprio popolo, ma anche libertà dall’oppressione maschile; vogliono uguaglianza tra uomini e donne e vogliono i loro diritti. E per questo sono disposte a morire.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

Qui un documentario che racconta un giorno tra le donne combattenti dello Ypj

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One Comment

  • Grazie Margherita,
    per averci raccontato e ricordato queste indomabili e meravigliose donne, che auspico, un giorno, possano entrare di diritto nei libri di storia.

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