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L’altro 11 Settembre – La vera morte di un Presidente


11 Settembre 1973, Santiago del Cile. Salvator Allende viene destituito per mano del generale capo dell’esercito, Augusto Pinochet. Fondamentale per la riuscita del golpe sono gli Stati Uniti: il presidente Nixon e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Kissinger si riferivano da tempo al Cile come “un problema da risolvere”.

02_salvador_allende_2Alle sette del mattino dell’11 settembre alcune navi della Marina militare cilena occupano il porto di Valparaíso, sull’Oceano Pacifico. Il Prefetto della Provincia  informa subito delle manovre della Marina il presidente Allende, che da ordine alla scorta, il Gap (Gruppo di Amici Personali), di raggiungere il palazzo presidenziale, La Moneda.

Sessanta minuti dopo, nella capitale, l’esercito ha appena ultimato l’ “Operazione silenzio”: sedi e antenne radio e tv sono state o chiuse o bombardate. La sola a non interrompere le trasmissioni (nonostante il bombardamento) è la radio Magallanes del Partito comunista cileno da cui, poco dopo, Allende parla alla nazione per l’ultima volta.

Mezzogiorno: i militari ribelli circondano con i carri armati il palazzo presidenziale e gli aerei iniziano a bombardarlo.

Con la Moneda assediata, Allende diede ordine di far uscire chiunque lo desiderasse, lui sarebbe rimasto a baluardo della Costituzione e della legalità democratica. Quando era quasi mezzogiorno, le forze aeree bombardarono la Moneda, le fiamme cominciarono a divampare nel palazzo ma il GAP non mollò. Rimane per sempre un’immagine di quel momento: il GAP Antonio Aguirre Vásquez, un patagone eroico, che spara dal balcone principale con la sua mitragliatrice calibro 30 finché le bombe non cancellano completamente la facciata della Moneda. (Luis Sepulveda)

Il giorno del Golpe, il presidente viene ritrovato morto nel suo ufficio. Allende si è tolto la vita con due colpi di un fucile AK-47, regalatogli da Fidel Castro. A detta del suo medico personale, fu la prima volta che  usò un’arma in vita sua.

a0f529e5473e42319fcf38ace99e0fd3Classe 1908, medico, appassionato marxista, Salvador Allende era stato democraticamente eletto nelle elezioni presidenziali del 3 novembre 1970 come candidato delle sinistre. Alle elezioni ottenne il primo posto ma non il 50% dei voti (raggiunse difatti il 36,3% dei suffragi) di conseguenza la decisione di una sua eventuale ascesa alla presidenza venne rimandata al Congresso. E’ proprio questa scelta che attira l’attenzione del mondo sul Cile: per la prima volta un marxista diventa capo di un governo nell’emisfero ovest grazie ad una vittoria elettorale e non ad una insurrezione armata.

La “via cilena al socialismo” prevedeva la ridistribuzione della ricchezza, attraverso la riforma agraria, la nazionalizzazione delle banche e l’esproprio dei capitali stranieri dall’industria del rame. Fu proprio la borghesia legata all’estrazione del rame, che con Allende perse molti dei suoi privilegi, ad appoggiare l’insurrezione armata di Pinochet.

Pinochet, che Allende stesso aveva nominato quale generale capo delle forze armate. Pinochet, che nei suoi diciassette anni di regime dittatoriale aprì sì l’economia al libero mercato, ma moltiplicò il debito pubblico del 300%, inaugurando l’epoca più sanguinaria della storia cilena: gli oppositori ridotti al silenzio furono più di trentamila.

Allende aveva compiuto 64 anni in luglio, era un Leone tipico: tenace, deciso e imprevedibile. Quel che pensa Allende lo sa solo Allende, mi disse una volta un suo ministro. Amava la vita, amava i fiori e i cani, era di modi galanti come si usava in altri tempi

La sua maggiore virtú fu quella di essere conseguente, peró il destino gli riservó la rara e tragica grandezza di morire difendendo con le armi l’anacronistico diritto borghese.

Il dramma accadde in Cile, per disgrazia dei cileni, peró passerá alla storia come qualcosa che irrimediabilmente coinvolse tutti gli uomini del tempo, destinato a rimanere per sempre nelle nostre vite. (Gabriel Garcia Marquez)

Grazia Menna per MIfacciodiCultura

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