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Le Cosmicomiche di Italo Calvino. La distanza della luna


Le Cosmicomiche di Italo Calvino.

calvino_1Ci sono tre motivi per cui amo questo libro. Il primo è che è un regalo prezioso, il secondo è che porta una dedica che mi tengo stretta al cuore, il terzo è che contiene per me uno dei racconti più belli che siano mai stati scritti sui sogni e sull’amore: La distanza della Luna.

C’è stato un tempo, nelle notti di plenilunio, in cui la Luna era molto vicina ai nostri occhi. Erano le notti “chiare come di giorno, ma d’una luce color burro”, e la Luna “pareva che ci schiacciasse”.

Era in queste notti bianche, a largo degli Scogli di Zinco – esattamente nel punto in cui la Luna era più bassa e sembrava baciare il mare, che uno sparuto gruppo di personaggi dai nomi assai strani in sella a una tondeggiante barchetta a remi di sughero e come equipaggiamento una scala a pioli, un grosso cucchiaio e un mastello, tentava l’arrembaggio sulla Luna per andare a “raccogliere il latte”.

C’era il saggio Qfwfq insieme al suo cugino sordo, il capitano Vhd Vhd e sua moglie, e a volte la piccola Xlthlx.

Andare sulla Luna era semplice e bellissimo perché tutto si svolgeva nell’incantevole cornice di un mare placido color argento che si increspava solo per il salto dei pesci o i giochi d’acqua di granchi, calamari e di impalpabili alghe che cedevano, felici, all’attrazione lunare.

Per abbracciare quella palla bianca con la forma di un cocomero e la luce di mille angeli, bastava posizionare nel punto giusto la scala a pioli, fare un balzo come una capriola lieve nell’aria, e poi al resto ci pensava lei, la Luna, con il suo moto e la sua forza “che ti strappava”. Quanto alla superficie lunare, c’è da dire che non aveva la levigatura di un cristallo né la sofficità della sabbia, ma assomigliava piuttosto al “ventre d’un pesce” costellato com’era di “spunzoni taglienti” – scaglie acuminate nelle cui insenature si nascondeva “il latte”.

calvino-4Il cugino sordo era quello che aveva più intimità con la Luna: della Luna conosceva tutti i segreti, gli anfratti e le asperità. Lui era innamorato della Luna, come la moglie del capitano era innamorata del cugino sordo e il saggio Qfwfq della moglie del capitano.

Era questo un amore circolare, che non aveva tuttavia alcun punto di contatto o di corrispondenza – solo sfioramenti, sussurri, passaggi veloci come i desideri che si portano in grembo le stelle quando cadono e appare chiara ai nostri occhi tutta la loro bellezza mentre volano nell’aria ancora un pò, prima di morire o di finire chissà dove.

La stessa bellezza, eterea e caduca, che c’era nelle braccia lunghissime della moglie del capitano mentre suonava l’arpa e incantava mare e cielo, nella confidenza che il cugino sordo si scambiava con la Luna, nello struggimento di Qfwfq quando lasciava volare via verso la Luna la moglie del capitano dopo averla sostenuta nel suo salto a mezz’aria e averne sentito sulla pelle le rotondità e la morbidezza.

La stessa bellezza, inesorabile e anche un po’ malinconica, che c’era negli occhi e nel cuore di Qfwfq quando si ritrovò solo, insieme alla moglie del capitano, su una Luna che si faceva sempre più lontana dalla Terra e rimpiccioliva i pesci e le barche mentre allargava la sua orbita meravigliosa come a spiegare un paio di ali per compiere il suo girotondo attorno al pianeta. Un mese avrebbe dovuto passare, prima che la Luna tornasse, ancora una volta, ad essere vicina agli occhi degli uomini.

Per Qfwfqera l’esilio”. Non poteva avere altro nome la nostalgia per la Terra, l’unico posto che ci restituisce il nostro “io”, la nostra identità di uomini, e ci rende quello che siamo per davvero. Non poteva avere altro nome la consapevolezza che la moglie del capitano non lo avrebbe mai amato, nemmeno nella solitudine bianca di quella Luna lontana dalla Terra.

La moglie del capitano amava il suo cugino sordo, e se il cugino sordo amava la Luna, lei era disposta a diventare uncalvino-2 po’ Luna e a non fare mai più ritorno sulla Terra. Solo così, ogni volta che le mani e gli occhi del cugino sordo si fossero posati sulla Luna, quelle mani e quegli occhi sarebbero stati anche per lei.

La distanza della Luna è una favola da leggere ad occhi chiusi, da dedicare a qualcuno o a se stessi. È una favola per tutti, per chi ha un sogno incastrato in un cassetto (e chi non ce l’ha?) e non si arrende perché sa che senza una capriola e qualche salto rocambolesco la Luna non si raggiunge.

È per chi ama, per sempre o per una notte, per chi sa aspettare, per chi si fa Luna per amore ma anche per chi dalla Luna decide di scendere per ritornare sulla Terra, a godere di tutta la bellezza che pure c’è quaggiù, ma sempre con un pizzico di nostalgia che sale nel cuore in quelle notti chiare con la luna piena che profuma di ricordi – e tu resti con il naso all’insù, a pensare che avresti ancora voglia di fare una capriola.

Antonella Fumarola per MIfacciodiCultura

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