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Murakami e la scelta di una non scelta. Una società irrimediabilmente ammalata


Metropoli odierna, costellazioni di luci al neon, insegne monumentali, gabbie di macchine e taxi e autobus e camion intolleranti, intrighi di strade sporche e impersonali che vomitano gente ad ogni ora del giorno, banchieri, prostitute, perditempo, ambulanti, politici corrotti… grida, pianti, sorrisi, bestemmie!

images-6E tu lì, fermo in mezzo a questa matassa frenetica ti percepisci come un estraneo, semi-cosciente spettatore di questo caos convulso, come il solo elemento superfluo e fuori schema dell’assurdo equilibrio che regola questa folle gabbia urbana. Mondi tecnologici basati su un sistema binario di individui, dove ognuno è puramente un codice, dove non puoi essere nient’altro che  1 o 0. Come effetto collaterale di un estremo eccesso di plastica e elettricità, di una greve tirannia capitalistica e di una politica monetaria di mero interesse, che importanza hanno più le caratteristiche personali, le doti e i pregi individuali…

Questo però non significa che io abbia voglia di fare qualcosa in particolare” continuai “se proprio dovessi dire, non c’è nulla che veramente mi attiri. Ho l’impressione di poter fare la maggior parte delle cose che mi potrebbero eventualmente proporre, ma non ho un’immagine ben definita di un lavoro che mi vada a genio. Questo è attualmente il mio problema. Non ho un’immagine.

(tratto da “L’uccello che girava le viti del mondo” di Haruki Murakami – 1994)

È uno dei più grandi autori contemporanei giapponesi Haruki Murakami, che, con gli “sciatti” protagonisti dei suoi surreali romanzi tratteggia tanto minuziosamente quanto velatamente una delle maggiori problematiche del nostro secolo così materialmente avanzato ma così aridamente privo di palpitazioni personali.

images-7Come il signor Toru Okada, protagonista e narratore del romanzo, i personaggi un po’ outsiders di Murakami vivono in un mondo a parte, sospesi tra due realtà opposte e conflittuali, in una sorta di profonda apatia e una quasi-autolesionista, mancanza di fiducia e interesse verso se stessi.

Ciò che emerge da un analisi psicologica dei caratteri all’interno dei testi dell’autore nipponico che, non a caso, ambienta quasi tutti i suoi best seller, all’interno della sonnambula e claustrofobica Tokyo, è come la nostra, stia diventando una società di passivi, di “quelli che si lasciano scegliere” e come automi, seguono le direzioni della grande macchina consumistica che tritura corpi e menti a beneficio del suo utile.

È proprio all’interno di questa follia di cemento dove decadono i valori emozionali che vengono efficacemente sostituiti con COSE che, non dipendono più dalla carne umana emozionale. Ribellarsi all’assurdo meccanismo utilitaristico significa autoescludersi, come unica via di scampo, estraniarsi. Un vero e proprio esilio forzato che manca della parte più importante dell’esilio stesso: la fuga.

Infatti, l’alienazione urbana è solo mentale, non fisica. Persone che continuano a esistere nello stesso

L'alienato di Antonio Apa
L’alienato di Antonio Apa

sistema malato e perverso senza veramente viverlo, vagando per metropoli affollate senza prenderne parte, camminando con gli occhi aperti senza realmente vedere, respirando la stessa aria sporca senza nemmeno percepirla. Uomini che hanno cercato di andare controcorrente sono sempre stati testimonianza vivente di libertà e lotta per i diritti, ma in un sistema-gabbia come quello odierno, senza la chiave che ti sprigiona, puoi solo sperare di essere tanto piccolo e insignificante da passare attraverso le sbarre.

Potrei andare avanti così per sempre, ma troverò mai un luogo che è destinato a me?

(tratto dal semisconosciuto “Pinball” di Haruki Murakami – 1973)

Mara Locatelli per MIfacciodiCultura

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