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Ordine, oppressione e crudeltà: la dispatia al potere, a Trieste


Sono anni e anni che presto attenzione all’inizio dei consueti addobbi natalizi nelle città.

E così non posso fare a meno di notare che le luci si accendono sempre prima: alberi illuminati, pali della luce ornati di tristissimi agrifogli al neon e le tanto classiche quanto deprimenti scritte di “Auguri”, quest’anno, hanno preso vita già a fine ottobre, andando a rubare la scena alle zucche, che trovo decisamente più simpatiche e meno ipocrite.

vincenzo-art-maioranoTrieste non è da meno: basta fare una passeggiata nei pressi di piazza Unità, per godere dell’atmosfera natalizia che l’avvolge, e, nondimeno, per rendersi conto che in comune ci tengono parecchio alla felicità dei propri cittadini, così tanto da volergli offrire un panorama sereno e tranquillo, dove potersi volere bene e vivere la gioia del Natale, nella più classica e meravigliosa atmosfera cristiana.

Sarebbe bello vero? Voglio dire, anche per un non-amante del Natale come me, credere alla barzelletta che vi ho appena raccontato sarebbe rassicurante.

Purtroppo però, c’è ancora qualcuno con questa pessima abitudine che chiamano, mi pare, “pensare“, il quale, forse, una volta venuto a conoscenza del regolamento di polizia urbana proposto dal vice-sindaco leghista Pierpaolo Roberti, un paio di domande se l’è fatte. In comune, forse, non sono rimasti estasiati dalla posizione in classifica assegnata a Trieste dal quotidiano economico “Italia Oggi” riguardo alla qualità della vita, che la colloca al 51° posto rispetto alle centodieci provincie prese in considerazione, ma direi che hanno un pochino esagerato.

Nel documento di ventiquattro pagine presentato da Roberti (che, a onor di cronaca, ha già ottenuto il primo lasciapassare dalla giunta Dipiazza), troviamo norme che farebbero rabbrividire anche il caro vecchio Orwell: oltre a multe salatissime per chi fuma o consuma alcolici nei parchi pubblici, anche sanzioni per coloro che chiedono l’elemosina e addirittura per quelli che la elargiscono. Non stento ad immaginare la bella, mitteleuropea Trieste, già porta di cultura, integrazione e innovazione culturale, ridotta come la grigia realtà del film Equilibrium: e ho gioco facile, poiché se quelle di Orwell e Huxley sono delle distopie, quella che viene messa nero su bianco nella trentina di pagine del provvedimento comunale è una vera e propria dispatia, ossia il contrario – o antitesi – dell’empatia. Almeno per quanto riguarda la parte che vieta l’elemosina, a pena di pesantissime sanzioni (fino a 900€).

mendicanteVogliono multare le persone che scelgono di donare qualche moneta, guadagnata lavorando. La scusa, perché di scusa si tratta, è quella di bloccare il racket dell’elemosina: perché questa amministrazione ritiene che dietro la signora devastata dall’alcol e dalla solitudine, dietro l’anziano in cura al centro di salute mentale ci sia una pericolosissima organizzazione criminale: il fenomeno esiste, ovviamente, ma riguarda città ben più grandi di Trieste o Padova (sì, perché anche lì eleggono dei fenomeni), che effettivamente organizzano il lavaggio coercitivo dei parabrezza ai semafori, sguinzagliano orde di falsi invalidi e utilizzano anche bambini e animali.

Ora, capisco che possa non essere piacevole avere, nella propria città, ubriaconi che sventolano bottiglie di whisky alle dieci di mattina ballando il tip-tap davanti a mamme e bambini, ma faccio fatica a vedere un’azione criminale nel bere una birra con un amico, seduto su una qualsiasi panchina, magari fumando addirittura un minaccioso sigaro.

Lasciando perdere il discorso su alcol e fumo, ciò che terrorizza maggiormente è che ci sia una sanzione pecuniaria per le persone che osano donare qualche moneta a dei mendicanti. Certo, sulla compassione della gente alcuni “ci marciano”, ma non vedo come questo possa essere un affare del Comune di Trieste, in una situazione in cui il racket è palesemente una fola.

©Lapresse 05-04-2008 Firenze, Italia cronaca Dopo il decreto comunale contro l'accattonaggio " sdraiati in terra " i mendicanti si organizzano. Nella foto: un mendicante
©Lapresse

Oltretutto, i provvedimenti municipale cadono, senza dubbio senza che gli autori ne abbiano colto il senso dell’ironia, nel periodo giusto dell’anno: il tutto, in barba alle opere di carità cristiana, codificate in un elenco di sette opere di carità corporale, che iniziano con 1. Dar da mangiare agli affamati 2. Dar da bere agli assetati e così empatizzando. Perché in fondo di empatia si tratta, che è anche la disposizione mentale che viene insegnata nei corsi per operatori socioassistenziali; dove viene evidenziato come, per dirla con Munch, noi tutti camminiamo su un sentiero stretto: il confine che separa tutti noi dalla depressione, dalla perdita di sé, dalla catastrofe sociale è sottile e tecnicamente parlando bastano un paio di eventi come lutti, perdita del lavoro, una malattia per ridurre anche il più irriducibile dei colletti bianchi in un clochard. Come dice il Jocker, basta una spintarella.

Sarò catastrofista, ma noto terribili somiglianze con i cartelli “vietato l’ingresso a cani ed ebrei” che si trovavano nei negozi della Germania nazista, ai tempi del baffetto dittatore.  Si comincia così in fondo, da piccole grandi cose, come togliere la facoltà di scegliere se dare qualche spicciolo a una persona che riteniamo bisognosa o di impedire di fumare una sigaretta in un parco, mentre si ammirano le ipocrite luci di Natale. Non dubitiamo che tra non molto anche gli autori di questi disumani provvedimenti inizieranno a disquisire su crocefissi e presepi nelle scuole, immemori e insensibili del fatto che il Natale dovrebbe essere ben altro (Do they know it’s Christmas) e, soprattutto, che noi siamo il mondo e gli altri (We are the World). Fiato sprecato, evidentemente.

Se fosse per me, terrei volentieri le città al buio e lascerei che ad accendersi fossero le persone, una volta tanto.

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

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