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Malinconia, morte e amore per la vita


L’analogia con il lutto ci induce a concludere che il melanconico ha subito una perdita che riguarda l’oggetto; da ciò che egli dichiara risulta invece una perdita che riguarda il suo Io.

Freud

Qual è il rapporto complesso che vige tra la vita e la morte nell’esistenza umana? Cosa può spingere un ente come l’uomo, gettato nella vita dal primo secondo, a desiderare la morte? È il desiderio di morte, e in generale l’idea di fine, un tratto costitutivo dell’esistenza oppure un’anomalia patologica? Queste domande filosofiche ci debbono innanzitutto ricondurre al sentore della precarietà esistentiva che ricopre l’essere umano: questi interrogativi sono intimamente, di certo con gradazioni d’intensità differenti, di ognuno di noi, e lo sono prepotentemente nell’epoca contemporanea. È indubbiamente vero che tali spinose questioni hanno conosciuto con l’accelerazione dei tempi moderni una vera e propria propulsione: l’indeterminatezza e il non senso esistenziali si fanno strada a partire dalla nuova centralità che il futuro ha acquisito nei confronti del passato, dall’impossibilità di guardarsi indietro perché spinti all’avanti, in altre parole, dalla pressione che il baratro a noi posteriore esercita nel gettarci incerti verso ciò che deve ancora avvenire.

san-gerolamo-caravaggioSe il XX secolo è stato, non a caso,  il tempo della fioritura delle patologie psicologiche legate alla malinconia, la nostra epoca contemporanea si può a buon diritto interpretare come il tripudio sclerotizzato e diffuso a macchia d’olio dello stato depressivo: casi di suicidi, di sprofondamenti nel buio malinconico, di mancanza di spinta alla vita, ecc. sono all’ordine delle cronache e delle nostre esperienze quotidiane. Ma cosa ci può spingere a denigrare la vita, ovvero la caratteristica nella quale più propriamente siamo inseriti? Il problema nei primi decenni del ‘900 ha interessato profondamente la riflessione freudiana, la quale ha prodotto interessanti osservazioni in merito al legame vita-morte ma sullo stesso tema, con esiti in certa misura opposti, si è concentrata anche la speculazione del filosofo Martin Heidegger: se per il “primo” Freud l’oggettivo desiderio della morte è qualcosa di patologico, un elemento da trattare come malattia, per Heidegger la stessa propensione è qualcosa di intimamente connesso alla natura di quell’ente umano del tutto sui generis da lui chiamato “Esserci”.

sigmund-freudDalle pagine del saggio freudiano intitolato Lutto e melanconia sembra emergere l’idea che un conscio “sano” non possa desiderare la morte: a parere del medico viennese, il depresso odia se stesso fino al desiderio di auto-annientazione solo nella misura in cui ha operato un’oggettivazione del proprio io. Detta altrimenti, un individuo che ha investito una carica energetica su un altro e che è stato deluso dalla risposta al proprio investimento, non è in grado di reindirizzare quella forza verso un ulteriore oggetto e finisce per trasformare il suo proprio io nell’oggetto perduto e nel riversare la libido ritirata su quell’io divenuto oggetto, con l’amaro risultato di essere in grado di odiare se stesso. Il malinconico, patologicamente, finge di odiarsi per l’impossibilità di odiare pubblicamente chi lo ha deluso e si è sottratto al proprio amore: si staglia così l’idea secondo la quale dietro al rapporto vita-morte, almeno nella dimensione della depressione, sta l’originaria relazione dicotomica di amore e odio. L’odiare se stessi appare in certa misura come un ripiego al non poter più amare chi si era deciso di amare; e dunque, se la terapia può mostrarci, pur certamente con le mille traversie che essa può incontrare nel suo svolgimento, la strada per reindirizzare quell’amore degenerato e riversato sotto forma di odio sul nostro stesso io, allora Freud vede la possibilità di un originario ritorno all’amore per la vita. Detta altrimenti, in un’ottica filosofica ottimistica, il desiderio reale di morte è, almeno per il primo Freud, qualcosa di anomalo e in qualche senso debellabile.

Altra storia, invece, è quella del rapporto che la vita e la morte intrattengono nella filosofia heideggeriana: l’ente umano è ora si gettato nella vita sin dal primo istante, ma solo in virtù del suo essere per la morte; è infatti indicativa di ciò la scelta lessicale dell’«essere gettato» nella vita, piuttosto che il venire alla vita, o il dispiegarsi nella vita. La gettatezza dell’inizio umano è già presagio di indeterminatezza, non senso, sentore del termine… in altre parole l’uomo consuma la sua vita sempre in comunione con la fine, tanto da essere ciò che più propriamente è essenzialmente in virtù della propria continua percezione della morte. L’Esserci heideggeriano sa di poter morire ed è questa estrema possibilità che fa di esso quell’ente che sempre ha l’intimo carattere dell’apertura e della possibilità: senza la morte in faccia, per il filosofo tedesco l’uomo non è altro che un viandante disperso tra le cose del mondo.

de-chiricoMa la radicale pregnanza della morte sull’uomo è spinta da Heidegger fino ad un estremo notevolmente connotato: infatti, anche quando noi tentiamo di perderci presso le cose del mondo ignorando per timore la nostra fine, non possiamo mai davvero sottrarci ad essa; la morte sta in noi in quanto motore della vita che sempre siamo. L’esito di questa abbozzata presentazione dell’analisi che Heidegger fa della tensione che vige tra la vita e la morte è, in senso comparativo, anti-ottimistica: ma la vera divergenza tra l’analisi dell’austriaco e quella del tedesco sta nel non appellarsi a nessuno psicologismo della seconda, il che significa che dove Freud parte dal dentro dell’essere umano, appunto da una dimensione soggettivo-psicologica, Heidegger muove invece dall’analisi dell’esistenza in senso ontologico. Il problema heideggeriano non si ferma più solo al soggetto “malato” ma si estende a tutto ciò che primariamente “è” intorno e con il soggetto stesso, finendo così per rinunciare in modo straordinario e disorientante ad un tempo all’idea di individuo soggettivo.

Ben lontani dall’aver fatto chiarezza sulle domande iniziali, abbiamo però mostrato, forse con maggior stupore, come la questione vita-morte possa, nel suo esponenziale essere intricata, venir svolta secondo almeno due possibili modalità differenti, se non opposte.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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